LA CRITICA FUMETTISTICA IN ITALIA

di Giuseppe Pollicelli

Riguardo alla vexata quaestio sulla critica fumettistica in Italia confesso di avere raggiunto, già da parecchio, la pace dei sensi. Probabilmente si tratta di un riflesso fisiologico dopo tanti anni di convulsa iperattività. Le vecchie abitudini, tuttavia, sono dure a morire, e di quando in quando - seppure ormai da "esterno", visto che non pratico più da tempo l'attività di fumettologo limitandomi ad acquistare un numero selezionato di pubblicazioni a fumetti e a leggere ciò che sui comics scrivono gli altri - cedo al "richiamo della foresta". Vengo dunque a sottoporre ai lettori di "Out" (sperando di non ingenerare in loro un eccessivo tedio) il mio ennesimo contributo alla discussione.
1) Bisogna operare una decisa distinzione tra critica sul fumetto e informazione sul fumetto. Vi sono persone che, in virtù di una approfondita conoscenza della storia del medium fumettistico e grazie a loro personali risorse intellettuali, hanno dimostrato di saper fare bene entrambe le cose. Parte della prima (Cuccolini, Brunoro, ecc.) e quasi tutta la seconda (Boschi, Becattini, Gori, Sani, Giromini, Raffaelli, ecc.) generazione di studiosi italiani del fumetto hanno dato prova di essere in grado di muoversi egregiamente su ambedue i fronti. I nomi che ho citato (cui aggiungerei anche Burattini, Manetti, Ginevra, Priarone e qualcun altro) sono perfettamente capaci sia di fornire informazioni corrette e circostanziate sui fumetti sia di "criticare" un fumetto con cognizione di causa (e ponendo quest'ultimo in relazione con altre forme d'espressione nonché con l'intero contesto dell'industria culturale). Vi sono poi coloro che, pur non meritando la qualifica di critici giacché non hanno mai scritto nulla di significativo sul fumetto, risultano affidabili quantomeno come dispensatori di informazioni e notizie sui comics (Mollica, Cosulich, Pallavicini, ecc). Vi è altresì la categoria - invero ristrettissima - dei critici puri e semplici, alla quale ascriverei innanzitutto Antonio Faeti (faccio fatica a trovare altri nomi, forse Giovanni Barbieri alias l'Anemico, Edo Chieregato e Massimo Galletti). Ci sono infine i sociologi e gli studiosi di comunicazioni di massa (normalmente confusi con i critici di fumetti), i quali si dedicano appunto a investigare il fumetto in quanto linguaggio e fenomeno sociale: Brancato, Abruzzese, Frezza, Fausto Colombo, Daniele Barbieri, Marco Pellitteri e via elencando. Bisogna evidenziare come, negli ultimi tempi, in parallelo col diffondersi dei cosiddetti cultural studies, si sia affermato una sorta di assioma, sbagliatissimo, secondo il quale non si può essere bravi critici di fumetti se non si hanno alle spalle studi sociologi o almeno un'infarinatura di semiotica. Questo, ripeto, è un falso clamoroso. Per essere un bravo critico di fumetti occorrono essenzialmente sei requisiti:
a) una solida cultura di base;
b) una buona padronanza della lingua in cui si scrive;
c) una conoscenza approfondita della storia del fumetto - tutto quanto: da quello europeo a quello statunitense, da quello giapponese a quello sudamericano - combinata a un'autentica passione per la lettura dei fumetti (per essere un critico i fumetti bisogni leggerli, non solo sfogliarli: la "sfogliatura" possono al limite permettersela - e infatti se la permettono eccome - i sociologi);
d) un forte interesse verso ciò che sui fumetti si produce a livello critico, attività che costa una certa fatica in quanto le cose migliori scritte attorno ai comics non sono quasi mai reperibili nelle "normali librerie";
e) la capacità di tenersi aggiornati su ciò che di nuovo il mondo del fumetto propone a livello mondiale;
f) un po' di intelligenza, quell'intelligenza che consente di cogliere il valore potenziale e gli aspetti più interessanti di un'opera a fumetti (come di qualsiasi altra opera).
Come si vede, la sociologia e le discipline a essa affini sono un elemento puramente accessorio, utile senz'altro (com'è utile tutto ciò che accresce il proprio sapere e che aumenta le proprie capacità di analisi) ma non certo indispensabile. D'altronde sfido chiunque a sostenere che Giacomo Debenedetti o Geno Pampaloni, che di studi sociologici erano digiuni, non siano stati dei grandissimi (forse i nostri maggiori) critici letterari. Un critico è in buona sostanza colui che riesce a scrivere o a dire qualcosa di interessante e di pregnante, aprendo squarci di comprensione fino a quel momento ignorati dai più, intorno a un'opera dell'ingegno. Un critico, fondamentalmente, è colui il quale sia in grado di redigere un elzeviro (breve o lungo che sia), cioè un brano capace di suscitare interesse anche in chi - rispetto al tema trattato dall'elzeviro medesimo - sia un quasi assoluto profano. Ho trovato esemplari, in questo senso, le prefazioni di Luca Raffaelli alla prima serie dei recenti Classici del Fumetto di Repubblica. Ma fatta salva la testé menzionata eccezione, quanta critica (critica, insisto, non sociologia) sul fumetto degna di tale nome viene realizzata, oggi in Italia? A mio avviso, pochissima.
2) Perché oggi, in Italia, è così carente la critica sul fumetto? Io penso per le seguenti ragioni:
a) perché i critici si sono rotti l'anima di "fare volontariato", per usare un'espressione che già altri hanno adoperato prima di me;
b) perché i commenti sul fumetto, almeno da parte della grande editoria, vengono affidati regolarmente ai summenzionati "sociologi", i quali - oltre a non essere quasi mai veri conoscitori del fumetto e della sua storia - scrivono senza riuscire a liberarsi del loro micidiale e farraginoso stile accademico (mica tutti sono Umberto Eco, che sa alternare entrambi i registri, si vedano da una parte "La struttura assente" e dall'altra "La bustina di minerva"). Del resto l'università è da sempre, in Italia, uno dei maggiori centri di potere e di prestigio: è inevitabile, pertanto, che intessa rapporti privilegiati con la grande editoria e che, spesso e volentieri, invada campi non di sua stretta competenza. Né per esempio desta stupore, almeno in chi scrive, che gli organizzatori di Romics (tu quoque, Raffelli!) abbiano deciso di "appaltare" l'ultima edizione del loro festival a un team di sociologi di vaglia;
c) perché essere un critico diventa di giorno in giorno più defatigante, nel senso che il moltiplicarsi di opere e produzioni d'ogni tipo provenienti da tutte le parti del mondo costringe a un vero e proprio superlavoro per mantenersi aggiornati e per non cedere alla tentazione di accontentarsi di quello che già si sa e si conosce.
3) A quanti interessa la critica sul fumetto? A pochi, pochissimi, quasi a nessuno. Interessa molto poco ai lettori, ben più attirati dal collezionismo e dalle news. Interessa molto poco agli studiosi universitari, per i quali il fumetto conta solo in quanto medium facente parte delle comunicazioni di massa e come linguaggio da analizzare tecnicamente. Interessa pochissimo (direi anzi per nulla) agli autori di fumetti, secondo i quali i critici sono sempre e comunque dei fumettari mancati (clamorosa balla) e per questo frustrati. Peraltro, nei rari casi in cui gli autori di fumetti mostrano di ricordarsi dell'esistenza della critica (ovvero quando la critica si occupa di loro), perdono il senno e minacciano ritorsioni se il critico di turno non si prodiga in elogi sperticati. Da ex "critico militante" ritengo di parlare a ragion veduta, dato che queste cose le ho vissute direttamente sulla mia pelle.
4) Perché, dopo un periodo di grande effervescenza (penso soprattutto agli anni Ottanta e ai primissimi Novanta, a parer mio la golden age della critica fumettistica in Italia, durante la quale il nostro Paese ha espresso - grazie soprattutto alla "scuola toscana" - la migliore critica sul fumetto mai prodotta a livello mondiale) ci ritroviamo nell'odierna pania?
a) perché il fumetto soffre ancora, e moltissimo, del pregiudizio che lo confina ai margini della "vera cultura" relegandolo essenzialmente a fatto di costume: ciò si avverte in modo particolarmente acuto in una nazione provinciale e culturalmente attardata - in ogni suo settore, a cominciare proprio dall'università per proseguire con la grande editoria, la tv, ecc. - qual è l'Italia;
b) perché, come già detto, la critica fumettistica è stata progressivamente sostituita dalla sociologia e i critici di fumetti sono stati rimpiazzati dai professori universitari, il che comporta tra l'altro, tanto per dirne una, che le voci dedicate al fumetto (anche - anzi, soprattutto - nelle enciclopedie più diffuse e "autorevoli") siano affidate a sociologi o comunque a studiosi la cui conoscenza dei comics è a dir poco approssimativa: ragion per cui dovremo rassegnarci a leggere perle come quella contenuta nella voce "fumetto" del Dizionario Enciclopedico distribuito dalla Repubblica lo scorso anno, ove sta scritto che il personaggio del Piccolo Sceriffo è anche noto come Piccolo Ranger;
c) perché, nella sensibilità comune, affermare che il Piccolo Sceriffo e il Piccolo Ranger sono lo stesso personaggio è un fatto di nessuna gravità: in fondo si tratta di fumetti, mica di filosofia. Inoltre, parliamoci chiaro, ma chi è che in Italia (al di fuori dei quattro gatti mezzi pazzi della critica fumettistica) sa chi siano stati il Piccolo Sceriffo e il Piccolo Ranger? E, badate bene, non parlo solo della casalinga di Voghera: lo sapranno, i sociologi, che i due characters sono stati creati da autori diversi e per editori diversi a dieci anni esatti di distanza l'uno dall'altro, e che il primo decreta l'esordio del fumetto western italiano con protagonisti adolescenti mentre il secondo ne segna in qualche modo la fine? Io dico di no, e accetto scommesse;
d) perché chi oggi si occupa di fumetti al di fuori dell'accademia (cioè nell'ambito che un tempo ha saputo esprimere il meglio della critica fumettistica) lo fa prevalentemente con lo spirito del fan e del tifoso - quando non del vero e proprio otaku - nella più beata ignoranza del fenomeno fumettistico nel suo complesso e della storia del medium: basta dare un'occhiata alle fanzine (quasi tutte telematiche, com'è giusto che sia) attualmente circolanti e si vedrà che il succo dei loro contenuti, al dunque, è: «la mia fazione è meglio della tua». Occorre dire che, da questo punto di vista, risultano particolarmente aggressivi i giovani pasdaran del manga, resi forse culturalmente miopi dalla nostra disastrosa scuola di massa. E del resto abbiamo già ricordato quanto sia arduo e oneroso studiare la storia del fumetto, e osservare la "nona arte" con uno sguardo a 360°;
e) perché i critici di fumetti hanno purtroppo perso la loro battaglia volta alla nobilitazione culturale e allo "sdoganamento" (per usare una brutta parola oggi in voga) del fumetto. L'impresa era di quelle da far tremare i polsi, non vi sono dubbi. E le sonore sberle ricevute dal mondo della "cultura togata", sommate alle continue delusioni e agli infiniti fallimenti derivanti dal tentativo di avvicinare il pubblico dei non specialisti, hanno finito per piegare anche i fumettologi più motivati e volonterosi. Malgrado gli sforzi compiuti, il fumetto è rimasto (sotto l'aspetto del prestigio culturale) un linguaggio di nicchia, un fratello minore (e minorato), una roba per eterni peter pan o, nella migliore delle ipotesi, per eccentrici mattocchi con tendenze snob. Quello del fumetto, esattamente come all'inizio degli anni Sessanta (e da allora sono trascorsi più di quarant'anni, mica un giorno solo!), è rimasto un settore incapace di portare denaro a chi se ne occupi in veste di cultore e di esperto, a differenza del cinema, della pittura, del teatro o della musica. Lo studio del fumetto non è riuscito a trasformarsi in professione, finendo fatalmente strangolato dal mancato raggiungimento di questo obiettivo. L'impresa era ardua, certo, e forse si trattava di un'impresa impossibile, ma i critici di fumetti debbono ammettere questa loro sconfitta. Io la ammetto, anche abbastanza serenamente, tant'è vero che da un po' mi sono ritirato in buon ordine. Sì, forse la storia della critica fumettistica italiana è proprio questo, la storia di un fallimento e di una nobile sfida persa. Onore ai caduti (si dice così?).