ERANO TUTTI
MIEI FIGLI
L'OPERA
Gli AdLP hanno scelto di mettere in scena Erano tutti miei figli
di Arthur Miller prima della scomparsa dell’autore, avvenuta il 10 febbraio
del 2005. Lungi da noi l’idea di fare gli sciacalli sulla tomba di uno
dei più grandi drammaturghi americani del secondo Novecento. In Italia
molti lo ricordano solo come l’ex marito di Marilyn Monroe o l’autore
di Uno sguardo dal ponte. Ma Miller era soprattutto un abilissimo,
essenziale artigiano della parola teatrale, così ossessionato dai temi
sociali e politici da arrivare ad affermare che «scrivere un’opera
di teatro disinteressatamente è come fare l'amore disinteressatamente».
All My Sons, composto fra il 1945 e il 1947, è un lavoro ibseniano,
ricco di riferimenti alla tragedia greca, che segna una svolta nel percorso
creativo di Miller e precede il grande successo di Morte di un commesso
viaggiatore. L’architettura drammaturgica è lineare e assieme
corposa, senza nulla di superfluo. Rigirando il coltello nelle piaghe della
società americana dell’immediato dopoguerra, Miller infrange
gli ideali della famiglia, del successo e del denaro. Il suo Joe Keller resta
“una minaccia per la società” non in ragione di ciò
che ha fatto ma perché rifiuta di ammettere la sua responsabilità
civile, convinto (come i moderni, silenziosi apologeti della mafia italica)
che un certo grado di illegalità sia necessario, oggi come ieri. Tutto
ciò a Miller, sessant’anni fa, faceva orrore. E a noi?
Fabio Colagrande